Restauro materiali in cotto

Le terrecotte, sono composte da argille comuni, ricche di impurità, residui carboniosi e scorie che conferiscono all’impasto, dopo la cottura, un colore più o meno intenso.
I ‘laterizi’ non sono altro che terrecotte, realizzati quindi con argille impure e caratterizzanti, in generale, da una pasta porosa. La straordinaria diffusione dei laterizi e, fra questi, dei mattoni in tutte le epoche e pressoché in tutte le aree geografiche è dovuta alla loro facilità di fabbricazione e trasporto e alla loro maneggevolezza. Ma i fattori che anno reso universale l’uso dei mattoni sono soprattutto la forte aderenza con le malte, e la buona resistenza alla compressione, tale da eguagliare quella di molte pietre naturali.
A seguito della cottura, l’argilla diviene rossa a causa dell’ossido di ferro. L’eventuale componente calcareo introduce invece una componente biancastra, per cui la gamma cromatica va dal giallo paglierino, al rosato, al rosso intenso. Al di sopra dei 1000 °C, il colore dell’argilla normale vira al rosso scuro, al porpora, fino al grigio. In atmosfera riducente, cioè in cui sia diminuita la presenza di ossigeno attenuando le correnti d’aria nella fornace, l’argilla può dare mattoni porpora-marrone o bluastri.
I mattoni che escono dalla fornace si distinguono in ‘ferrioli’, ‘mezzanelle’ e ‘albasi’. I primi sono quelli che hanno subito una maggior cottura per essere stati disposti troppo vicino al fuoco; sono quindi parzialmente vetrificati, talvolta deformati, di colore intenso (ferrigno) e fragili. La loro struttura quasi vetrosa li rende poco assorbenti e quindi scarsamente compatibili con la malta. Per la loro resistenza all’acqua e all’usura, i ‘ferrioli’ sono impiegati nella realizzazione di canali e pavimentazioni, ma raramente nelle murature in elevato. Le ‘mezzanelle’ hanno raggiunto un grado di cottura omogeneo che le rende le più idonee alla costruzione; si distinguono in forti e dolci a seconda del grado di cottura. Gli ‘albasi’ sono i mattoni scarsamente esposti all’azione del calore, e perciò lontani dal giusto grado di cottura; sono di color giallognolo, friabili ed eccessivamente assorbenti. Vengono impiegati raramente, solo in murature non soggette a intemperie o a grandi pressioni.
I ‘mattoni sagomati’ sono tipici di aree, come quella padana, dove il materiale lapideo è poco disponibile. Inizialmente, infatti, l’impiego del laterizio tende a imitare forme e procedimenti delle cornici in pietra. Risultano impiegati mattoni a settore circolare o a spigolo smussato per colonne e pilastri; sono frequenti pezzi conformati a toro, dalla cui sovrapposizione si ricavavano profili cordonati, talora usati insieme a ricorsi lapidei scolpiti o alternati ordinatamente a essi.
Il degrado del mattone avviene prevalentemente attraverso processi chimico-fisici analoghi a quelli che interessano il materiale lapideo. Le cause di tale degrado risalgono quindi alle caratteristiche di composizione chimica, porosità e struttura interna del materiale. Nel mattone entrano in gioco, oltre alla natura e alla composizione della materia d’origine altre componenti, e in particolare le peculiarità proprie della lavorazione e della cottura. Le cause di degrado dipendono dagli agenti esterni, quali soprattutto l’acqua, il vento, la presenza di inquinanti e gli agenti biologici.
La natura dell’impasto influenza la colorazione, l’aspetto e il deterioramento del mattone; ad esempio, l’eventuale contenuto salino (soprattutto i Sali alcalini) ha uno specifico effetto sulla durevolezza del materiale, in quanto provoca la formazione di efflorescenze e subflorescenze. Tra le diverse impurità possibili e più frequenti nell’argilla (quarzo,mica, solfuri, ossidi di ferro) di particolare importanza è il carbonato di calcio, che, presente sotto forma di calcite in quantità variabile, può trasformarsi con la cottura, a seconda della sua concentrazione, in calce viva, di solito raccolta in noduli di pochi millimetri di diametro. Questi noduli, se sottoposti a idratazione, aumentano di volume e innescano tensionamenti tali da condurre al rigonfiamento, all’esfoliazione e alla fatturazione del laterizio, prima o dopo la posa in opera del materiale.
La lavorazione dell’impasto ha effetti immediati sulla sua porosità, sia in termini qualitativi che quantitativi (tipo e distribuzione dei pori). L’impasto e la pressatura manuali che venivano comunemente effettuati sino a un secolo fa determinano nel mattone un’alta porosità, il cui effetto negativo ai fini della durevolezza è notevolmente attenuato dalle grandi dimensioni dei pori.
La modalità di cottura è fondamentale ai fini della durata del materiale contribuendo anch’essa a definire la resistenza meccanica, il colore, la porosità e l’aspetto del mattone.
I meccanismi di alterazione chimico-fisici sono favoriti dalla natura fortemente idrofila del mattone e non presentano caratteristiche diverse da quelle riscontrabili nelle pietre molto porose.
Tra le manifestazioni di degrado sono particolarmente evidenti gli effetti dell’erosione alveolare, della corrosione e dello sgretolamento dovuti alla cristallizzazione dei solfati e dei nitrati; evidente è anche il trattenimento di umidità dovuto alla presenza di cloruri. È rara, ma possibile, la formazione di piccole croste superficiali o di gesso all’interno del materiale.
Gelività e subflorescenze tendono a frantumare il laterizio in scaglie e squame minute che progressivamente si distaccano e cadono; in particolare, le seconde sono ritenute responsabili della maggior parte dei danni ai mattoni, mentre le efflorescenze sono molto frequenti e producono prevalentemente danni di natura estetica, quando non sono responsabili del distacco di un eventuale rivestimento.
Possono essere ancora presenti, sulla superficie del materiale, cocrezioni a carattere organico derivanti da un attacco di natura biologica che ha in genere caratteristiche analoghe a quelle che interessano il materiale lapideo.
La pulitura viene eseguita con detergenti a base alcalina. Buoni risultati si possono ottenere anche con macchine pulitrici e spazzole che rimuovono lo sporco con acqua calda o vapore, irrorando e aspirando contemporaneamente i liquidi. Un rimedio efficace per la pulitura di piccole zone interessate da incrostazioni resistenti risiede nello sfregamento con lana d’acciaio o pietra pomice, oppure nell’impiego di bisturi, microscalpelli o vibroincisori, per i giunti e i piccoli crateri intasati da incrostazioni o da residui resistenti di sostanze grasse. Per la rimozione di macchie di tipo oleoso, si possono applicare gli stessi impacchi utilizzati per la pulitura dei materiali lapidei; buoni risultati si ottengono con gli impacchi di argilla fossile (sepiolite) assieme al carbonato di ammonio e un’ammina (trietanolamina al 5%), lasciati agire per alcune ore.
Per le stuccature si potranno usare degli impasti ottenuti con polvere di cotto ed eventuali pigmenti inorganici, atti a simulare il colore dell’impasto originale, con l’aggiunta di una resina acrilica a emulsione acquosa per una migliore adesione della malta. La stuccatura dovrà essere eseguita sul materiale preventivamente bagnato con acqua.
Per il consolidamento si potrà usare un buon Silicato di Etile, il quale fungerà anche da protettivo, non invadente perché non altera il colore; in base ai gusti, anche se sconsigliato si potrà procedere a trattamenti a base di olio di lino diluito in solventi aromatici, o emulsioni di cere diluite in acqua o in solventi organici, per poi passare alla lucidatura, eseguita manualmente mediante lo sfregamento con panni morbidi.
In ogni caso i trattamenti manutentivi, per essere realmente efficaci, vanno in ogni caso rinnovati in base alle esigenze di ogni caso specifico.

Restauro Chiesa cimiteriale di S. Pietro a Nomi (TN) Pulitura di una pavimentazione in cotto da uno strato molto aderente in cemento Prima

Restauro Chiesa cimiteriale di S. Pietro a Nomi (TN) Pulitura di una pavimentazione in cotto da uno strato molto aderente in cemento Dopo
Restauro Chiesa cimiteriale di S. Pietro a Nomi (TN) Pulitura pavimentazione in cotto, Prima.

Restauro Chiesa cimiteriale di S. Pietro a Nomi (TN) Pulitura di una pavimentazione in cotto, Dopo.


Restauro Chiesa cimiteriale di S. Pietro a Nomi (TN) Pulitura pavimentazione in cotto


Restauro Chiesa cimiteriale di S. Pietro a Nomi (TN) Pulitura pavimentazione in cotto

Restauro del campanile della Chiesa romanica di S. Antonio a Pomarolo (TN) Pulitura del tetto, formato da mattoncini circolari in cotto. Prima.

Restauro del campanile della Chiesa romanica di S. Antonio a Pomarolo (TN) Pulitura del tetto, formato da mattoncini circolari in cotto. Dopo.

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